11/03/2005

Allarme Cina

Fra i tanti fantasmi continuamente agitati dai media, dopo essersi rapidamente consumato quello dell'improbabile complotto USA contro i giornalisti non-embedded, va in scena in questi giorni, con replica tutte le mattine sui canali della radio e sui principali quotidiani, lo spettro dell'insostenibile concorrenza dell'industria tessile cinese contro l'industria tessile italiana.

Si invocano a gran voce misure di protezione di ogni tipo: dazi, quote, filo spinato, doganieri scansafatiche o corrotti, insomma tutto quanto possa servire ad arginare quello che sembra uno tsunami di prodotti venduti a prezzi imbattibili.

Certo, è prevedibile che nel medio-lungo termine la Cina finisca per assorbire parte del ruolo che l'Italia ha finora ricoperto nella produzione globale del settore tessile, abbigliamento e calzaturiero, tuttavia questa situazione si verificherà solo quando questo settore si sarà ridimensionato sotto la pressione di concorrenti assai diversi da quelli che ci indicano i giornali.

Per un'azienda tipica italiana del settore della moda, in questa fase, Nokia e Samsung sono concorrenti ben più temibili dei cinesi che producono a ritmi ed a costi, è vero, inarrivabili, ma fabbricano prodotti destinati, prevalentemente, ai mercati ambulanti e del primo prezzo, che da tempo sono, o avrebbero dovuto essere, stati abbandonati dai produttori nazionali.

Ben piccola parte delle nostre produzioni di medio e alto livello può essere erosa da questo tipo di concorrenza. Al contrario, a fronte di redditi stabili, se non in fase di contrazione, sono i nuovi consumi, tecnologia e viaggi, che sottraggono fette sempre più grosse di una torta che non cresce più o, peggio, diminusce.

Questo spostamento dei consumi si innesta sull'atavica e mai risolta inefficienza del settore: collezioni progettate con anticipi che neppure i progettisti della NASA si possono permettere. Il Just in time, filosofia di logistica vecchia di decenni, forse oggi superata da chissà che altro, non ha mai sfiorato le anticamere di stilisti e direttori di produzione di questo settore.

Il problema delle scorte non è stato affrontato nell'unico modo conosciuto nei settori industriali “normali” (attendo fattura di Massimo Dalema per le royalties sull'utilizzo della parola “normale”): basterebbe sforzarsi di non produrre ciò che non si può vendere. No, in questo settore, dove il mito spesso offusca la ragione, si produce “a prescindere” e le scorte vengono spostate negli Outlet, convinti che basti costruire qualche specie di orrendo parco dei divertimenti, dove si possa evocare la magica parola “sconto”, per far ingoiare al popolo bue le indesiderate scorte di prodotti stantii.

Anche questo è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte: al più servirà a fare arricchire qualche costruttore edile, ma serve solo a ritardare il momento della resa dei conti, che sta arrivando più in fretta dei cinesi.

Ma il mito dell'Outlet non è l'unico diversivo che ci impedisce di vedere il nocciolo del problema.
Giorni fa vedo in tv un ragazzotto, tal Francesco Renga, faccia simpatica, o da stronzo, a seconda dei gusti di chi guarda, famoso finora per la sua fidanzata, tale Ambra Angiolini, faccia da stronza per tutti i gusti.
Ora il bravo Francesco è riuscito a fare qualcosa di grosso da solo, o quasi: ha fatto una bella canzoncina nazional-popolare e ci ha vinto il festival di Sanremo.
Ebbene lui è giovane, bello e simpatico (?) ed è giusto che voglia sfoggiare qualcosa di speciale, qualcosa di veramente alla moda. E come si è vestito ?
I pantaloni: un paio di jeans slavati
La camicia: di popeline bianco
Fin qui nulla di particolare, più che una star della canzonetta pare un qualsiasi ragionier Renga pronto per la discoteca del sabato sera.
Poi la zampata, la giacca, il pezzo “fashion”, il pezzo di “lusso”, il pezzo da “star”.
L'oggetto inavvicinabile e da sogno che potrà salvare le sorti del made in italy qualificandolo nel mondo come produzione di lusso, quindi neppure confrontabile con gli stracci di fabbricazione cinese.
Ma com'era 'sta giacca ?
Era un modello finto barbone, composta di almeno 200 striscette di tessuto, cucita, in non meno di due ore, probabilmente in qualche laboratorio rumeno (a ridaje con la delocalizzazione).
Ecco dunque l'altra illusione del fashion system italiano: fabbricare prodotti assurdi e costosissimi (2 ore di cucitura sono il quadruplo del tempo necessario per una giacca standard) per differenziarsi dai prodotti banali ed economici.
E' una trappola anche questa: l'assurdo, dopo la sorpresa iniziale, non interessa e non interesserà più a nessuno.
Ma c'è la Russia, c'è la Cina, ci sono i nuovi ricchi, il grande mercato fatto di gente che ha fatto da poco tempo i soldi e vuole spendere, particolarmente in cose pacchiane, per fare crepare d'invidia i miserabili che li circondano.
Coi giapponesi è già finita, con i russi ed i cinesi quanto potrà durare ?
“Sì ma noi avremo già fatto soldi a sufficienza, giusto Dolce ?”
“Giustissimo Gabbana”.